Ledja vu

Ora che i cosidetti Zoomers, i membri della Generazione Z, iniziano ad affacciarsi alla vita adulta ed al mondo del lavoro, per noi Millennials, seppur non sia ancora sicuramente arrivato il tempo di farci da parte, é il momento giusto per tirare qualche somma e vedere come ce la siamo cavata rispetto alle generazioni precedenti. Certo, l’avanzamento tecnologico e scientifico degli ultimi anni non ha fatto che semplificare gran parte degli aspetti delle nostre vite, ma se consideriamo cose come la stabilitá economica, la qualitá della vita, la qualitá dei rapporti interpersonali, beh, il saldo non puó che essere negativo.

Ma oggi sono quí per parlare di musica, ed é li che, a mio parere, la mia generazione ha perso di piú, perché dobbiamo ammetterlo, noi Millennials siamo la generazione che ha definitivamente ucciso il rock’n’roll.

Certo, che il rock’n’roll sia morto é una voce che gira fin dagli anni ’70, e forse anche da prima, ma la veritá é che il rock non se l’era cavata poi cosí male almeno fino ai primi anni ’90, quando l’esplosione del grunge ed il proliferare dell’alternative e dei generi che poi ne sarebbero derivati, l’avvento del nu-metal, ma anche la diffusione di MTV ed altri fattori, non fecero che piantare gli ultimi chiodi sul coperchio della bara.

Era chiaro, sin da subito dopo il grunge, che non ci sarebbero piú state bands come i Deep Purple, gli AC/DC, i Led Zeppelin, e noi che amavamo il rock non potevamo che rifugiarsi in questi gruppi, nella “musica vecchia” dei nostri genitori; per la maggior parte gli artisti che ascoltavamo erano giá morti, o comunque non rilasciavano materiale inedito giá da prima che nascessimo. Certo, di tanto in tanto capitava di ascoltare qualcosa di nuovo, perché l’orecchio non si stufasse di ascoltare sempre la solita roba, ma non c’era niente da fare, si tornava sempre su quella “roba vecchia”, e la speranza in una rinascita del rock’n’roll si afievoliva sempre piú.

Fino a che un giorno, di recente, mi trovo ad ascoltare la mia radio personalizzata su Google Play alla ricerca di nuovi artisti ed un suono familiare giunge alle mie orecchie; ho una sensazione di deja vu e, per qualche frazione di secondo, sono convinto di star ascoltando un pezzo inedito dei Led Zeppelin, ma questa sensazione passa molto in fretta, guardo lo schermo del telefonino e scopro che invece si tratta di tali Greta Van Fleet. Finisco per ascoltarmi tutto l’unico EP rilasciato fino al momento dal gruppo mentre cerco informazioni su internet, scopro che si tratta di quattro ragazzi tra i 19 e 22 anni (a due dei membri del gruppo non possono neanche essere servite bevande alcoliche, fa notare una delle recensioni), i gemelli Josh e Jake Kiszka, rispettivamente alla voce e alla chitarra, Sam Kiszka, terzo fratello, al basso, e Danny Wagner alla batteria.

In foto ed in video sembrano ancora piú giovani di quello che realmente sono, quattro ragazzini che giocano ad impersonare i Led Zeppelin, come molte delle recensioni online li definiscono; in una di queste recensioni in particolare, Jeremy Larson su Pitchfork li definisce come dei ragazzi che hanno fumato erba una sola volta nella loro vita, chiamato la polizia, e tentato di registrare un album dei Led Zeppelin prima di farsi arrestare.

Per il resto la critica si divide fra chi vede in loro il futuro del rock, il ritorno di un genere che ha sofferto giá troppo a lungo, e chi li definisce come un banale tentativo di imitazione, un retro-feticismo che non apporta nulla di nuovo al genere musicale. É difficile dare la ragione all’una o all’altra parte, seppure molti grandi artisti giá si siano espressi con favore riguardo al quartetto di Frankenmuth, Michigan; Elton John, per fare un esempio, li ha voluti sul palco per il suo annuale “Academy Awards party”, e persino lo stesso Robert Plant li ha definiti come “Led Zeppelin I”.

É vero, forse sono ancora troppo giovani e mancano della maturitá artistica necessaria perché il pubblico possa iniziare a definirli come i nuovi Led Zeppelin, ed é vero che appaiono goffi coi loro costumi vintage nel tentativo di imitare i giganti del rock’n’roll del passato, ed é vero che il loro stile non apporta niente di nuovo alla scena musicale ed appare come pura emulazione, ma in quanti, fino ad ora, hanno mai avuto il coraggio di imitare una delle piú grandi band della storia, ed in quanti si sono avvicinati a tal punto all’originale (la voce di Josh Kiszka, ad un primo ascolto, sembra proprio quella di Robert Plant) da ingannare l’orecchio anche per un solo momento?

Penso che bisogna dare tempo a queste giovani speranze, perché se il rock non é realmente morto come pensavamo, se é semplicemente stato in coma per un intera generazione e solo adesso sta aprendo gli occhi, un suono familiare come quello dei Greta Van Fleet, seppur prodotto con goffagine e con l’innocenza di quello che sembra quasi il gioco di quattro ragazzini, forse non fa che parte del percorso di riabilitazione. E noi che non aspettavamo altro che il risveglio del rock’n’roll, non possiamo fare altro che goderci i Greta Van Fleet, in attesa del pieno recupero.

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3 risposte a "Ledja vu"

  1. Cececherò questi Greta Van Fleet, io a levello musicale sono ferma dal 90 in giù (collezionando Lp ho scarso interesse per i nuovi “arrivi”) Ma mi hai incuriosito veramente tanto

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  2. Io credo che bisogna aprire sempre una finestra ai giovani senza criticarli subito o appesantirli del fardello del passato. Questi Greta Van Fleet me li segno perchè non li conosco e li giro anche a mio marito che è un superfan dei Led Zeppelin.

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  3. Continuo ad ascoltare la musica dei tempi dei miei genitori, quindi spero che ci sia qualcuno in grado di farcela rivivere! In ogni caso andrò a sentire il gruppo che ci suggerisci, grazie!

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